Cura

Avere a cuore qualcosa significa prendersene cura.

Immaginiamo che ogni essere umano, ogni albero, ogni pietra vibri a una certa frequenza. Questa frequenza produrrà un suono, una nota musicale, che unita ad altri suoni, ad altre note musicali potrà amplificarsi e, perché no, creare addirittura accordi. Ecco, per noi l’amore ha sicuramente a che fare con tutto questo.

    Amare, in tutte le sue declinazioni: se stessi, le persone, gli animali e le cose. Che altro potrebbe significare, se non il sintonizzarsi sulla stessa frequenza e prendersene cura?

Vorrei citare Margaret Mead, che fu una famosa antropologa statunitense del secolo scorso. Un giorno chiesero alla studiosa quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Rispose che era il ritrovamento di un femore rotto e poi guarito, perché è la prova che qualcuno ha aiutato la persona infortunata, ne ha bendato la ferita, l’ha portata in un luogo sicuro e ha provveduto alla sua sopravvivenza.

Prendersi cura di qualcun altro in difficoltà, secondo lei, è il punto preciso in cui la civiltà inizia. Significa entrare in empatia al punto da comprenderne i bisogni, talvolta addirittura anticiparli e, comunque, capirli a fondo.

La cura passa attraverso l’attenzione, la consapevolezza, la presenza, l’ascolto attivo e la comprensione.

Allo stesso modo, prendersi cura di un impianto, qualsiasi esso sia, significa comprenderne profondamente il funzionamento, in modo da scoprire la, o le, componenti che hanno portato scompenso all’equilibrio generale del sistema.

    Mettiamo cura in tutto ciò che facciamo: nella vita di tutti i giorni e nel nostro lavoro.

Ogni cliente è seguito con la massima attenzione, ogni progetto è studiato con la massima meticolosità, ogni impianto è curato nei minimi dettagli. Non smettiamo mai di studiare, approfondire, confrontarci, ascoltare: tutto questo per noi è cura. Cura verso noi stessi e verso un mondo migliore.

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